Workshop ‘Modelli Alternativi di Sviluppo Urbano’

Problematiche e contesto generale
Il Tavolo, a partire da una riflessione sui modelli di sviluppo presenti sui nostri territori, ha provato a decostruire concetti come “urbano” e “sviluppo territoriale” in una cornice condivisa, contrapponendosi alla direzione chiaramente speculativa con cui spesso si declina il tema dello sviluppo sui nostri territori. Obiettivo, riuscire a fare rete e a sostenere, condividere e pensare nuovi modelli virtuosi di lavoro e cooperazione territoriale, in una forma di sviluppo che guardi alla qualità, più che alla quantità, e che sia proporzionale alle esigenze di chi i territori li vive quotidianamente. Nello sviluppo di una azione politica sui territori la difficoltà maggiore che sembra emergere dal confronto, è la capacità di proporre modelli alternativi di economia soprattutto nelle aree meridionali, dove la condizione di disagio è forte e diffusa, e in cui lo spettro del Regionalismo Differenziato apre uno scenario sempre più disastroso, sia su un piano economico, che su un piano socio culturale. Questa polarizzazione dell’immaginario influisce negativamente sulla possibilità di creare servizi non di profitto e rende appetibili i modelli (come l’industria turistica) che portano un beneficio economico immediato, per quanto legato a condizioni di precarietà e sfruttamento e a una mancata redistribuzione degli introiti. Risulta inoltre difficile in questo scenario approcciare e coinvolgere le persone, potendo contare il più delle volte su mezzi limitati e su un limitato numero di attivisti da contrapporre una comunicazione massificata e falsata dei benefici ottenuti da queste scelte. Concentrandoci sul rapporto tra centro e periferia, quest’ ultima da luogo di marginalizzazione delle fasce più deboli si sta trasformando in un nuovo terreno di speculazione. Concetti come rigenerazione urbana e grandi opere si traducono, da parte degli enti di gestione territoriale, in nuovi scenari di speculazione ambientale in cui maggiormente attaccati sono i territori del sud. Dalla bonifica di Bagnoli, all’ilva di Taranto, al grande progetto speculativo delle pale eoliche di quasi tutte le zone rurali del sud Italia e non solo, la musica sembra sempre la stessa. È necessario programmare un terreno di lotta su questo, in cui le pratiche di lotta territoriale e di tutela dei beni comuni siano al primo posto, cercando di concentrare la nostra forza anche nel coinvolgere zone del nostro paese desertificate e in cui risulta più facile speculare.
Sarebbe importante, inoltre, fare un lavoro di decostruzione dei nostri linguaggi, soprattutto nel rapporto tra centro e periferia. Per antonomasia, nell’immaginario collettivo, le periferie rimandano una connotazione negativa che amplifica ancora di più il divario tra gli abitanti di serie A e di serie B. Per ricostruire una città a partire dai suoi abitanti, bisogna accorciare il divario e lavorare a linguaggi più inclusivi così come lo sono già le nostre forme dell’agire pratico.

Criticità d’intervento
Elementi di maggiore criticità appaiono essere le difficoltà di confronto e dialogo con le amministrazioni locali, indipendentemente dalla loro connotazione politica, così come fronteggiare fenomeni che appaiono assai sovradimensionati rispetto alla capacità di intervento locale – come adesempio l’idea securitaria che sembra caratterizzare l’approccio alla pianificazione urbana.

Scambio di buone pratiche e proposte
Le esperienze maggiormente positive risultano essere le pratiche di presenza sul territorio e quelle che prevedono il contatto diretto con le persone, come: le forme di mutualismo; il recupero delle storie migliori della tradizione locale come esempio di organizzazione sociale; la riappropriazione degli spazi urbani ed il loro uso collettivo.
La proposta di creazione di una piattaforma, o di un similare strumento telematico, permetterebbe di aggiornare i partecipanti sugli avanzamenti e agevolare il lavoro di coordinamento. La divisione in sezioni specifiche della piattaforma potrebbe inoltre facilitare la formazione di gruppi di “esperti”, sia sulle pratiche sociali che sulle questioni più tecniche, facilitando la costruzione di elementi di dibattito e proposta.
Tenendo fisso l’obiettivo di trasformazione politica delle città andrebbe sviluppata un’alleanza con le persone attraverso la diffusione di esperienze, di campagne politiche e la condivisione di strumenti amministrativi con i soggetti legati alla vita municipale, tutto ciò sarebbe possibile anche tramite lo strumento di piattaforma.

Obiettivi politici
Pur nella diversità delle esperienze, e delle relative condizioni in cui queste si svolgono, appare diffusa l’esigenza di sviluppare al massimo le condizioni di autonomia locale, con il connesso incremento della partecipazione e della democrazia, anche in relazione ai suoi aspetti materiali (ad es. autonomia energetica).

Workshop ‘Debito, Welfare e Finanza pubblica’

Problematiche e contesto generale
Il macigno del debito pubblico è diventato un tema centrale che attanaglia la vita delle città, tanto da poter affermare che il meccanismo perverso del debito è utilizzato come strumento di pressione e di dominio sulla popolazione. Ci sono riusciti nei passati decenni con i paesi del Sud del mondo, lo stanno perpetrando oggi nei confronti dei paesi del Sud dell’Europa. Con il ricatto del debito e l’ossessivo messaggio con il quale vogliono convincerci che “i soldi non ci sono” e che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, vengono attuate le peggiori politiche neo liberiste che vengono pubblicizzate come indispensabili ed inevitabili. Nonostante i Comuni contribuiscano all’indebitamento pubblico nazionale con solo circa il 2% dell’intera cifra, le città sono oggi il luogo dove l’attacco della finanza nazionale e sovranazionale è più feroce. Gli enti locali rappresentano il serbatoio dove le manovre di austerità possono ancora originare vantaggi economici, e attraverso campagne mediatiche gli abitanti delle città vengono assuefatti all’idea che di fronte all’emergenza del debito, non vi sono altre soluzioni se non massicce operazioni di privatizzazione dei servizi locali e lo sfruttamento del patrimonio pubblico, svenduto sotto il ricatto del default. Esattamente come affermato dal teorico liberista Milton Friedman, lo spettro del debito viene agitato per “far diventare politicamente inevitabile ciò che è socialmente inaccettabile”.
La spoliazione degli enti locali è stata avviata da più di vent’anni e vi hanno concorso i diversi strumenti di ordinamento contabile imposti dall’unione monetaria. Di conseguenza, quando ai già pesanti vincoli posti agli enti locali sia dal Patto di Stabilità e Crescita interno, che dalla spending review, si sono aggiunti nel 2012 il Pareggio di Bilancio ed il Fondo crediti di dubbia esigibilità introdotto dal 2014 dall’armonizzazione contabile, le amministrazioni delle città hanno dovuto via via fronteggiare una durissima contrazione della possibilità di assunzione del personale, drastici tagli lineari della spesa ed il quasi totale annullamento delle risorse da dedicare agli investimenti volti alla cura del territorio, fino ad arrivare al blocco delle casse, così come richiesto dalla Corte dei Conti per i casi di predissesto. Tutto ciò ha ulteriormente impoverito ed abbassato il livello qualitativo e quantitativo dei servizi pubblici garantiti dai Comuni, peggiorando ancor di più la qualità della vita degli abitanti delle città che subiscono anche un terribile deterioramento degli strumenti di welfare dei Comuni grandi e piccoli.

Criticità di intervento
L’abbassamento qualitativo e quantitativo dei servizi genera una situazione drammatica che ha ovviamente contribuito ad alimentare la campagna ideologica sull’inefficienza del pubblico, favorendo le operazioni di svendita e privatizzazioni, e ad ampliare ancor di più la frattura tra gli abitanti delle comunità territoriali ed i loro amministratori. Da tale situazione di profonda crisi, gli amministratori locali potrebbero però cogliere l’opportunità per recuperare il valore sociale e politico che dovrebbe essere proprio dei Comuni quali luoghi di prossimità degli abitanti. Come primi rappresentanti degli abitanti di un determinato territorio e quindi tutori dei loro bisogni emergenti dovrebbero porsi in diretto contrasto ai processi neoliberisti, lavorando ed interfacciandosi con i movimenti dal basso, favorendo nuove istituzioni di partecipazione democratica dei cittadini e rifiutando di essere ridotti a semplici esecutori materiali degli interessi della finanza privata e non piegandosi al processo di privatizzazione e svendita delle città.

Buone pratiche di intervento
A quegli amministratori che dichiarano di voler intraprendere un percorso neomunicipalista, la rete Fearless Cities in tema di Debito, Welfare e Finanza Pubblica chiede un atto di coraggio, esortandoli a sostenere ed intraprendere esse stesse quei percorsi di lotta e quelle pratiche in alcuni casi già avviati in Italia da movimenti cittadini dal basso, da organizzazioni ed associazioni nazionali e finanche da alcune amministrazioni. Si realizzerebbe così una vera e propria rete nazionale per la riappropriazione sociale della ricchezza collettiva:

  1. Campagna per la socializzazione della Cassa Depositi e Prestiti, al fine di realizzare un modello di sostegno finanziario all’economia pubblica e sociale dei territori. La
    campagna ha come obiettivo la presentazione di una legge di iniziativa popolare (anche basandosi sull’esperienza del Forum per una nuova finanza pubblica e sociale) attraverso la trasformazione in ente di diritto pubblico della CDP e la restituzione ad essa del suo originario ruolo di banca pubblica degli enti locali che opera a fini di interesse generale applicando tassi agevolati.
  2. Campagna per la ripubblicizzazione e quindi internalizzazione dei servizi pubblici locali con società in house (primi fra tutti servizio idrico, servizio rifiuti e servizi mobilità).
  3. Istituzione di una Commissione pubblica di audit sul debito di ciascun Comune in
    predissesto o dissesto, che dovrà fare luce sulla genesi del debito e sui meccanismi che tendono a perpetuarlo proprio attraverso gli strumenti delle politiche di austerità. Essa non deve essere intesa come uno strumento specialistico e tecnico bensì come uno strumento politico attraverso il quale gli abitanti possano affrontare le problematiche economiche con maggior consapevolezza e partecipazione diretta, fino ad arrivare all’individuazione ed al rigetto di quelle sezioni del debito che risultino odiose ed illegittime, perché non contratte nell’interesse della comunità, ma che hanno anzi arrecato gravi danni compromettendo il raggiungimento del bene comune.
  4. Campagna territoriale sui derivati e mutui a tasso variabile, già intrapresa in alcuni
    Comuni in seguito alla pubblicazione della Decisione del dic. 2013 della Commissione Europea che ha smascherato e resa pubblica la manipolazione di alcuni tassi di mercato (tra cui l’Euribor) compiuta tra il 2005 ed il 2009 da noti istituti bancari, tra cui Barclays e Deutsche Bank. La Decisione della Commissione Europea oltre a produrre come effetto una pesante sanzione a carico dei suddetti istituti di credito, ha aperto la strada alla richiesta di annullamento dei contratti derivati stipulati nel suddetto periodo, con conseguente richiesta alle banche della restituzione di tutti gli interessi indebitamente pagati in quegli anni. Inoltre permetterebbe la ristrutturazione di quei mutui contratti a tasso variabile in quel periodo.
  5. Una campagna sostenuta anche attraverso mozioni dei consigli comunali, volta alla abolizione di quella parte dell’art. 81 che nel 2012 con l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione Italiana, ha consentito la costituzionalizzazione della dottrina liberista, creando una disarmonia con altri principi costituzionalmente sanciti e protetti, primi fra tutti i diritti del cittadino e la sua dignità.
  6. Al tentativo di svendita del Patrimonio delle città, le comunità locali devono rispondere con la riappropriazione sociale dei beni comuni. Il riconoscimento del loro uso civico e collettivo urbano da parte delle amministrazioni locali, rappresenta una delle innovazioni che l’opzione neomunicipalista può porre in contrapposizione al credo neoliberista.

Obiettivi Politici
Il rifiuto unilaterale del pagamento del debito illegittimo, o anche una sua ristrutturazione in chiave anti neoliberista, è un atto politico molto forte perché interrompe il rapporto di sudditanza dei debitori pubblici, e quindi degli abitanti delle città, nei confronti della finanza privata. In tal modo oltre ad impedire a quest’ultima di strangolare progressivamente le città con la proroga sempre più onerosa del debito, si ha la possibilità di immaginare una nuova finanza pubblica e sociale attraverso scelte di politiche alternative ed un diverso diritto alla città.

Workshop ‘Città Accoglienti’

L’obiettivo del tavolo di lavoro è stato definire una linea comune sul tema dell’accoglienza delle città a partire dalle esperienze locali già esistenti e dalle riflessioni dei partecipanti. Attivisti e attiviste di Napoli, Reggio Emilia, Bologna, Messina, e da molte città della Puglia, della Calabria e della Sardegna hanno condiviso il proprio background e le esigenze riscontrate nel lavoro quotidiano.

Problematiche e contesto generale
Per calarci nella tematica bisogna smettere di trattare l’accoglienza come un argomento di congiuntura, emergenziale, a sé stante, quando è ormai diventato ormai un aspetto strutturale della nostra società. L’approccio classico infatti favorisce una visione securitaria del fenomeno, lo considera un problema, e facendo ciò impedisce un dibattito sereno e propositivo, limitando l’atteggiamento delle amministrazioni ad una linea difensiva. In Belgio, ad esempio, l’ufficio dell’immigrazione è legato molto più al ministero dello sviluppo che a quello dell’interno. Non si tratta necessariamente di un modello, ma quanto meno di un esempio per uscire dalla logica emergenziale. Lo scarto principale fra autoctoni e immigrati, e madre di tutti i problemi è la cittadinanza. In questo senso, il tema dell’accoglienza va trattato innanzitutto in relazione alla capacità di distribuire cittadinanza, di allargarla e di favorirla, prima di affrontare tutti gli altri aspetti. Secondo la legge italiana la cittadinanza è strettamente legata alla residenza. Dalla residenza derivano i diritti sociali e politici quali l’assistenza sanitaria e psicologica, la mensa scolastica, i corsi di lingue e al di là dell’approccio critico nei confronti di questa visione, è necessario favorire la residenza per rendere il sistema più fluido. Tuttavia la residenza non è sufficiente per il riconoscimento politico dell’esistenza del migrante, lo sarebbe maggiormente, per esempio, con la possibilità di esercitare il diritto di voto amministrativo.

Criticità di intervento
Spesso si ritrova ancora un residuo coloniale nell’atteggiamento nei confronti di questo tema. Il paternalismo dell’accoglienza, che spesso caratterizza molte attività e molti operatori sociali e si configura esclusivamente come aiuto. Ciò è stato più volte rilevato e messo a critica: in questo senso andrebbe favorito piuttosto il protagonismo di chi è realmente al centro della discussione.

Buone pratiche e proposte
Si è parlato del tema della rete. È importante fare rete fra esperienze sul tema dell’accoglienza, così come è importante per l’intero progetto delle Fearless Cities. Tuttavia non si può negare che esistano già molte esperienze, reti e piattaforme sul territorio italiano attive nel merito (Mediterranea, People – Prima le persone, ecc.). Pertanto la linea che si preferisce mantenere è quella di una “rete delle reti”: sarebbe inutile costruire un’altra rete, l’importante è costruire un programma neomunicipalista sulle città accoglienti e suggerirlo, condividerlo con le reti già esistenti.
Nel breve tempo disponibile per la discussione sono state avanzate alcune proposte:
– Come nel modello Riace, le case sfitte sono uno strumento utile a livello locale per affrontare i limiti dell’argomento. Legato al tema della residenza
– Le amministrazioni hanno affermato di aver bisogno di figure preparate che lavorano in questo ambito. Ce ne sono molte nelle grandi città mentre poche nei piccoli centri. La condivisione di queste competenze potrebbe essere un obiettivo valido e concreto della rete
– È necessaria una campagna contro informativa e di fact-checking. In particolare, emergeva la proposta di formulare un questionario da far girare a livello municipale, come campagna di sensibilizzazione. Noi forniamo l’input, il modello, e poi chi vuole se ne appropria
– È necessario che i finanziamenti europei siano rivolti direttamente agli enti locali senza passare per il ministero dell’interno. Anche questo è un obiettivo concreto per la piattaforma Fearless cities

Obiettivi politici
Sul tema dell’accoglienza si costruisce un programma politico. Significa che non bisogna delegare questa attività all’associazionismo disperso, o alle libere iniziative interne alla società civile, ma deve costituire un punto programmatico di un’amministrazione, affinché lo si affronti in modo strutturale. Per sviluppare una linea più complessiva sul tema dell’accoglienza nelle città abbiamo tutti condiviso l’importanza di un nuovo approccio che esca dalla logica emergenziale e consideri l’immigrazione come una possibilità, come una ricchezza. Da questo salto potranno derivare nuove riflessioni più produttive.

[scarica in formato .pdf]

Workshop ‘Beni Comuni’

Problematiche e contesto generale
Abbiamo impostato la discussione partendo dal confronto sulla possibilità di definire la natura giuridica del bene comune, al fine di comprendere se tale definizione possa aiutare una rete di città come la nostra ad impostare una lotta più coordinata e condivisa. È emersa una difficoltà nel trovare un piano teorico comune, partendo alcuni da una visione collegata al diritto naturale, altri disconoscendola. Quello su cui siamo arrivati a concordare è la evidente impossibilità di ingabbiare il concetto di bene comune in limiti giuridici prestabiliti, concordando sul fatto che la difficoltà di farlo non significa che ragionarne sia inutile, ma che spingere verso un’eccessiva giuridicizzazione del concetto possa portare a storture, limiti e depotenziamento del concetto in termini politici. Siamo stati concordi che l’operazione di Mattei e Lucarelli in questi termini possa essere rischiosa e possa da una parte rilanciare a livello di discussione politica il tema, ma rischi di fissarne la definizione a un momento storico ormai superato.

Criticità di intervento
Le criticità legate all’ambito delle pratiche sono collegate a due aspetti: la consapevolezza della collettività delle possibilità di azione con la conseguente capacità di riappropriarsi degli spazi e di agire politicamente attraversandoli, e da parte delle istituzioni il sapersi aprire, mettersi in gioco, collegarsi e includere le esperienze che dal basso propongono non sempre in modo coerente un certo tipo di progettualità. Il tema delle pratiche territoriali emerge più facilmente in relazione ai beni comuni urbani materiali, quali gli spazi pubblici o gli immobili. Si registrano difficoltà ad esercitare pratiche che siano in relazione con beni comuni quali l’energia, l’acqua, la sanità, il trasporto, i servizi pubblici in generale.

Buone pratiche e proposte
L’esperienza politica del Comune di Napoli esemplifica quanto emerso nella discussione: in questo caso l’amministrazione ha riconosciuto un ruolo alla collettività, intesa quale soggetto che attraversa spazio e tempo sul proprio territorio, anonimo, inappropriabile, millenario. Lo ha fatto restituendo alla collettività l’esercizio dei diritti essenziali, sia liberando gli spazi, sia ripubblicizzando il servizio idrico con la costituzione della società ABC. Importante l’esperienza del terzo Municipio di Roma, dove l’assessore Raimo ha deciso di mettere in comune il proprio assessorato per la creazione autogestita del programma culturale, che a questo punto diventa il programma della collettività. Stessa esperienza di condivisione dell’assessorato è stata testimoniata nel territorio di Messina. A Reggio Calabria è da sottolineare l’interessante battaglia sul teatro privato, che era stato chiuso e diventato un negozio di abbigliamento. Percepito come bene comune pur essendo di proprietà privata.

Emerge prepotentemente il fatto che sia la pratica la chiave di lettura del concetto di bene comune: solo con le pratiche il bene comune emerge. La rete Fearless cities viene vista come uno spazio di confronto e studio, ma si indica la necessità di utilizzarla per un confronto più strutturato che aiuti i territori a introdurre le buone pratiche e gli
strumenti amministrativi. Si sottolinea l’utilità di individuare in modo specifico beni comuni su cui costruire lotte, sia nelle istituzioni che di movimento, coordinate nella rete fearless cities.
I beni comuni evidenziati maggiormente nella discussione sono stati l’energia, l’acqua, l’agire politico e gli spazi urbani.

Obiettivi Politici
È necessario uscire dal concetto di titolarità del bene, sottrarre un bene collettivo dalla renditaeconomica e metterlo a servizio della collettività.
Sottrarre il bene comune dalla sfera proprietaria è il modo di attribuire al bene il valore massimo: non si tratta di valore economico ma è una estensione del valore nel tempo e nello spazio, la nostra realtà aumentata.

[scarica in .pdf]

 

Nelle città è il corpo del conflitto

L’attuale fase del processo di globalizzazione capitalistico vede, tra l’altro, il progressivo svuotamento – di senso e di ruolo – degli stati nazionali, ed al tempo stesso l’emergere della città come snodo fondamentale della nuova dimensione planetaria.
In un processo che per certi versi ricorda quello rinascimentale, in cui l’esplosione della borghesia mercantile e la nascita delle banche coincide con l’emergere delle città-stato, nel mondo totalmente capitalistizzato e sovranazionale le città diventano poli attrattori multipiano (di capitali, di forza lavoro, di intelligenze, di capacità innovative…), spesso in concorrenza tra di loro.
Il modello della smart-city si afferma come prototipo della città ideale nell’immaginario sociale e culturale del capitalismo 2.0.

Al tempo stesso, la città diviene punto di caduta della crisi in cui attualmente si dibatte il sistema capitalistico. É su di essa che si scaricano tutte le contraddizioni insite in un processo che vede in atto spinte diverse ed opposte (svuotamento e superamento dello stato-nazione, da un lato, tendenza ad un meta-governo globale ed all’opposto rinascita della centralità delle città, dall’altro), e che allo stato appaiono ancora irrisolte.
Una contraddizione in cui sembra insinuarsi il sovranismo populista, che ripropone il modello dello stato nazionale come risposta alla crisi, ma che non è null’altro se non una cartina di tornasole, un evidenziatore della crisi, ma senza alcuna possibilità reale di esserne una soluzione, proprio in quanto mera riproposizione di una articolazione del potere oggi del tutto priva delle basi strutturali (economiche e sociali) su cui si fondava.

Se dunque il processo up-down di ristrutturazione capitalistica investe la città – e sulla città – e contemporaneamente scarica su questo terminale gli effetti più palpabili della sua crisi, la città è oggi anche il terreno di coltura di un processo bottom-up, di riappropriazione della sovranità sulle proprie condizioni di vita, da parte dei cittadini. Esattamente come la fabbrica stava alla società industriale del fordismo, la città sta oggi alla società post-industriale: essa non è semplicemente il luogo del conflitto tra modelli diversi di sviluppo, ma è il corpo vivo in cui il conflitto si produce.
All’interno di questo corpo, maturano le linee di frattura tra il modello capitalistico della smart-city e quello della human city, la città a dimensione umana, che rivendica il primato della vita sull’economia.

Ecco dunque che il diritto all’abitare, allo spazio pubblico, ai beni comuni, entra in conflitto con la pulsione privatrizzatrice, la gentrification e la turistificazione delle città.
Ecco che il diritto alla concreta possibilità di una vita libera da sfruttamento e costrizioni, entra in conflitto con il modello novecentesco lavoro/reddito, e la sua ulteriore compressione verso il basso.
Ecco che il modello sociale ed urbanistico centro/periferia entra in conflitto con l’esigenza di città orizzontali, policentriche.
Ecco che la forma-governo fondata sulla delega, per di più fortemente limitata da un carico di regole sovradeterminate, entra in conflitto con la spinta a riappropriarsi della possibilità di decidere sulle proprie condizioni di vita.
Il neo-municipalismo è la forma in cui questo conflitto assume consapevolezza politica, e si fa processo attivo di trasformazione dello stato di cose presente.

Enrico Tomaselli (Massa Critica – Napoli)

La sfida municipalista

15 marzo h 19.00 Domus ArsTavola rotonda con:
Luigi de Magistris, Sindaco di Napoli
Gerardo Pisarello, Vicesindaco di Barcellona
Valentina Barale, Buongiorno Livorno
Michele Conia, Sindaco di Cinquefrondi
Riccardo Rossi, Sindaco di Brindisi
Alessandra Pirera, Massa Critica
Enrico Pusceddu, Sindaco di Samassi
Gianni Minà, giornalista
Conduce: Tiziana Barillà

16 marzo h 10.00/18.00  l’AsiloWorkshops tematici
Mattina:
– Politiche della cura: ecologia e salute
– Debito, welfare e finanza pubblica
– Modelli alternativi di sviluppo urbano
Pomeriggio:
– Città accoglienti: diritti e risorse
– Beni comuni

17 marzo h 10.00 – Assemblea Plenaria

“La sfida radicale delle città”

photo_2019-03-07_11-18-31

Registrati adesso!

Fearless Cities (Città senza paura) è un network internazionale che raccoglie esperienze municipaliste di tutto il mondo. Nel primo incontro internazionale, tenutosi nel 2017 a Barcellona, centinaia di sindaci, gruppi civici, cittadini attivi ed esperienze sociali si sono incontrati per iniziare a costruire una nuova rotta per le città soffocate dall’austerità. Dopo la prima edizione, Fearless Cities ha cominciato ad attraversare l’Europa e le Americhe con l’obiettivo di coinvolgere nuove realtà ed aprire processi di confronto e di concreta costruzione di un presente altro e di un futuro possibile. Oggi, finalmente, sbarca in Italia dove grande è il bisogno di costruire un percorso nuovo, volto alla costruzione di un’alternativa concreta, fatta di buone pratiche sociali e amministrative, alle politiche imposte dalla governance neoliberale.

Email fearlesscitiesnapoli@gmail.com
Facebook @fcnapoli2019
Twitter @FearlessNapoli
Instagram @fearlesscities_napoli

A proposal for a post-scarcity society

{Abstract}

The FAZ, FINANCIAL AUTONOMOUS ZONE is an alternative economic system based on abundance rather than scarcity. The objective of the FAZ is to create communities among people who share values, economic and social relationships and productive activities, providing them a legal tool of exchange like a complementary currency.
The theoretical basis for the creation of an Abundance Economy is the fact, that we can prove, that the resources are always sufficient in the sense that they are always sufficient for each living unit in the time of his life.
We think that the information is the real Wealth. If resources are not infinite but abundant and their use is related to knowledge, it must be redefined the concept of wealth. The wealth of a community is given by the ability to organize information flows that generate income opportunities and this ability of the organization depends on the creativity and the cultural level of the given society. If wealth is not material, it follows that it is no longer necessary to be accumulated. That’s change the idea of money, paving the way for the emergence of a notmoney.

The capital required for the development of a company is given by the knowledge of a society and their ability to organize it. Without this element, all the raw materials of the world would be useless and could not produce anything.
We call this body of knowledge the Social Capital, the engine of development and growth of a society.
The remuneration of the Social Capital as a factor of production justifies a theoretical level the establishment of a basic income, defined Life Credit: all members of a society have the right to participate in the distribution of income resulting from the use of a factor of production in the formation of which everyone participates, regardless of any measure of participation.
In the FAZ, money is issued in the form of negative rate bonds (TITAN). The money supply is made up of different monetary instruments and paper money is only one of them.

Since there is no need for capital accumulation, the currency can die over time relative to its capacity to stimulate investment. Those that are accumulated, is the knowledge of the company which in turn determine its level of wealth.
We have developed a model in which the money supply must be set on the quantity and quality of investments, and that distributes Life Credit extent appropriate to the level of production, tangible or intangible, of society.
The model makes the rules, according to Keynes model, for the issue of complementary currency for the financing of investments and for distribution as Credit Life.
It does not require a Public Institution to start a Faz. It may be an Association in which the members, companies, shops, individuals, agree to accept at least 50% of the price, complementary currency in payment, and a company that issues the currency in the form of bonds a negative rate. This promotes local economies, of course, but in a short time it is likely that the bad money drive out from the market the good money, according to the law of Greesham.

Domenico de Simone (Cenpea – Centro Studi per un’Economia dell’Abbondanza)

Download the full document .pdf)

Sul debito illegittimo

Le città sono il luogo del più ampio sfruttamento da parte delle politiche neoliberiste, sono il serbatoio dove queste politiche di austerità traggono tutti i vantaggi economici, basti pensare alla privatizzazione dei servizi locali o allo sfruttamento del patrimonio pubblico svenduto sotto i ricatti del debito; è quindi dalle città che questo nuovo modello economico, politico e sociale deve prendere forma, una opzione politica capace di esibire autonomia politica decisionale e territoriale con l’intento di creare una rete cooperativa internazionale di opposizione e contrattacco alle politiche del FMI, della BCE e degli hedge fund, vedendo nell’autonomia un tempio della democrazia e non il luogo degli interessi personali.

Il principio della concorrenza come legge di natura è ciò che anima la maggior parte gli stati capitalisti moderni, non senza conseguenze sulla tenuta delle democrazie e del tessuto sociale. Non considerare l’attuale forma che lo stato-nazione ha assunto nell’epoca della concorrenza è un errore metodologico e politico assieme. Credere che nella questione delle autonomie locali, così come della sanità o della scuola, le politiche neoliberiste e l’impalcatura neoliberista dello stato non giochino il loro ruolo è di per se fuorviante.
Il ruolo politico dello stato-nazione attuale è quello di applicare senza sosta le ricette economiche delle politiche neoliberiste, concorrenza in tutti i servizi dello stato, austerità economica volta alla stabilità monetaria, controllo dell’inflazione e taglio della spesa. Dal punto di vista economico tutto questo serve per ricattare attraverso la gabbia del debito i parlamenti stessi e sospendere, di fatto, il processo democratico. Hayek d’altronde diceva spesso “la libertà di scelta si può ottenere meglio in un regime di mercato che nell’urna elettorale”, dimostrando fin dal principio quale è concettualmente l’obiettivo della governamentalità neoliberale.

Se il debito è pubblico, pubblicamente va discusso! Con la solita scusa “i soldi non ci sono” o “dobbiamo risanare il debito” le politiche neoliberiste procedono a smantellare i servizi pubblici locali e svendere il patrimonio pubblico regalandoli ai privati al fine di fare profitti a scapito dell’intera collettività.
Il debito odioso, illegale e illegittimo è un debito non contratto nell’interesse della collettività da parte di amministratori pubblici che tutelano gli interessi delle banche e delle lobby locali.
Il debito agisce come un boomerang sui Comuni italiani, che più di tutti pagano per questa crisi: se a livello nazionale l’Italia spende ogni anno il 5 % del suo PIL per rimborsare i tassi di interesse sul debito (terza voce di spesa dopo la previdenza sociale e la sanità), la spesa dei Comuni arriva al 12 % delle loro entrate per quelli più grandi, e addirittura al 25 % per quelli più piccoli.

A fronte di questo quadro, riteniamo che, senza un’azione incisiva, a livello locale e nazionale, di contrasto alla trappola del debito e senza una riappropriazione collettiva di quello che a tutti appartiene, a partire dalla ricchezza sociale prodotta, nessun cambiamento in direzione di un altro modello di città, di territorio e di società sia praticabile.
Riteniamo necessario unire le battaglie delle città sul debito e l’aver istituito una Commissione pubblica sul debito del Comune di Napoli è sicuramente un passo importante. Crediamo indispensabile questo strumento per comprendere la composizione del debito, capire cosa stiamo pagando, e cosa potrebbe essere dichiarato illegittimo, odioso e illegale. La Commissione è un nuovo strumento democratico, una nuova istituzione, capace di tradurre i difficili bilanci pubblici che risultano sempre più illeggibili e incomprensibili alla collettività (nonostante siano completamente trasparenti e pubblici).

Vincenzo Benessere – Tavolo Audit (Massa Critica – Napoli)

La periferia non è il centro né la campagna, ma si trova certamente in questi due luoghi

Le periferie hanno molti volti: degrado edilizio, economico, sociale, carenza di servizi, di stratificazioni culturali, simboliche, di funzioni, lontane dai centri nevralgici di elaborazione delle informazioni e dell’organizzazione del lavoro, oltre che dalle strutture del welfare urbano e del tempo libero. Periferie povere di capitale sociale.
Tutte le componenti territoriali dovrebbero esser coinvolte nelle dinamiche urbane secondo relazioni di interdipendenza e di complementarietà, non di gerarchia. Sono necessarie così abili strategie di governance urbana e territoriale, che comportano capacità di ascolto del territorio, ben più di quanto possano garantire gli strumenti della partecipazione tradizionalmente concepiti dalla legislazione urbanistica, e un’azione di accompagnamento dell’interazione tra i diversi attori socioeconomici, finalizzata a costruire un campo di relazioni urbane e meccanismi di apprendimento collettivo, decisivi per la creazione di capitale sociale. Ne risulta un’azione costruita con la comunità sociale, coerente con la prospettiva di sviluppo elaborata insieme attraverso i canali di integrazione.

É quindi un’operazione politicamente rilevante, che va a modificare la percezione che del territorio ha chi lo abita. Proprio in questa percezione il territorio vive e si esprime, infatti la creatività umana si nutre dell’incontro tra persona e luogo: un rapporto dinamico e di mutuo condizionamento.
Spesso il concetto di periferia è spiegato con il paradigma della marginalità, spiegazione economico-sociali.
In particolare periferia è certamente lontananza fisica dal centro, quindi il concetto lo si coglie su un piano spaziale, ma è dato empirico che lontananza non equivale di per sé a scarsa qualità della vita.
Anche la periferia può essere centro, se per centro intendiamo il luogo in cui si concentrano e si controllano i dati e le informazioni, si articolano le funzioni, si svolgono le attività, si elaborano le decisioni, si distribuiscono le risorse, si diffondono valori, stili di vita, modelli di comportamento.
Il paradigma della marginalità, consente, dunque, di meglio afferrare il concetto di periferia: non ne esclude la dimensione spaziale o geografica, ma impedisce che essa sottragga aree territoriali centrali, e tuttavia marginali, all’intervento pubblico.

Attorno alle comunità stanziate sul territorio urbano ruota il sentire comune, che è percezione della città come bene condiviso.
É innegabile, tuttavia, che gli abitanti delle città, soprattutto di quelle grandi
vivono la dimensione urbana attraverso la scala ridotta del quartiere, perché è nel quartiere che la persona è concretamente situata.
Il quartiere è la cornice all’interno della quale possono sperimentarsi nel modo più adeguato scelte organizzative capaci di dare risposte efficaci alle domande provenienti dal territorio; è lo spazio pubblico nel quale è possibile costruire strutture e forme di dialogo sociale; è la dimensione nella quale l’idea della sostenibilità, variamente studiata, può essere concretamente calata, sperimentata, misurata e verificata.
Il capitale sociale produce relazione, scambio, condivisione, coesione. É possibile così ricomporre la frattura tra individuo e collettività che caratterizza in larga parte la società contemporanea.

Ebbene, costruire il capitale sociale di una città significa darle individualità, condizione necessaria per rappresentarla e proiettarla all’esterno con la sua specificità.
E’ il capitale sociale che fa del territorio urbano componente essenziale dei processi di innovazione e di cambiamento.
Se nella città è il problema, nella città è anche la soluzione.
É sul terreno urbano che vanno tradotte e concretizzate politiche pubbliche che, intorno all’urbanistica, coniughino tra loro fabbisogno abitativo, tutela ambientale e paesaggistica, cura del territorio, riqualificazione e valorizzazione del costruito, riuso e rigenerazione urbana, sviluppo economico e inclusione sociale.
Occorre mettere mano su quella macchia di indistinto, su quell’insieme anonimo per vivicizzarlo infondendovi socialità, cultura, civismo, produzione: in una parola, capitale sociale, da distribuire su tutto il territorio. Vanno aperte strade che portino a città attrattive di conoscenza, di innovazione, di investimenti, città cioè in cui la qualità urbana diventi vettore di sviluppo, faccia competitivo il territorio per la sua specificità; e vanno, di contro, arginati, attraverso adeguate politiche fiscali, i percorsi in cui le trasformazioni del territorio incrociano la finanza speculativa per innalzare città di carta.
É necessaria una strategia unitaria, che, portando ad una visione di insieme, riesca ad inquadrare dall’alto i cento campanili d’Italia.

Brindisi Bene Comune

La coscienza del luogo. Per una visione di città

È necessario un ritorno al territorio e alla coscienza di luogo come condizione imprescindibile per ricostruire “l’ambiente dell’uomo” e il senso di comunità.

La sovradeterminazione dell’economia del sistema finanziario nel processo di globalizzazione ha prodotto uno sfarinamento totale del territorio e delle relazioni virtuose e co-evolutive fra insediamento urbano e ambiente. La deterritorializzazione, la decontestualizzazione e il degrado costituiscono una seconda natura artificiale in un territorio posturbano e post fordista, con esiti catastrofici sulla qualità della vita, sulle relazioni sociali, sul progresso sociale. Ecco l’imbarbarimento dei nuovi spazi pubblici cementificati e relegati a non-luoghi dominati da centri commerciali e l’abbandono o la desertificazione di luoghi storici come le piazze, i parchi, il centro cittadino. Livorno ne è un esempio: la nostra città soffre scelte sbagliate e l’incapacità di arginare gli effetti della globalizzazione che uniforma spazi e luoghi secondo i parametri del consumismo selvaggio.
Ogni luogo, e a maggior ragione quello che vanta una certa storia e una vita plurisecolare, ha personalità, anima, genius loci. Secondo questa accezione il territorio non esiste in natura; esso è prodotto dall’uomo cui è connaturata l’arte del costruire il proprio ambiente di vita in forme culturali. Il territorio è un soggetto vivente ad alta complessità, esito di processi e di evoluzioni sinergiche fra insediamento umano e ambiente. Il territorio dunque cresce, si ammala, muore quando la relazione si interrompe. Serve ripartire dalla coscienza della città intesa come senso di appartenenza alla società locale, cosa ben diversa dal semplice campanilismo o dalla chiusura autarchica che non avrebbe senso con la realtà.

La coscienza del luogo è la consapevolezza, acquisita attraverso un percorso di trasformazione culturale degli abitanti/produttori, del valore patrimoniale dei beni comuni territoriali (materiali e relazionali), in quanto elementi essenziali per la riproduzione della vita individuale e collettiva, biologica e culturale. La riformulazione degli elementi di comunità in forme aperte, relazionali, solidali e mutuali è l’elemento caratterizzante di un percorso che va dalla sfera individuale a quella collettiva; in questa ottica può avvenire un riavvicinamento fra mezzi e fini della produzione, favorito da una visione unitaria e condivisa, finalizzata alla ricostruzione del benessere sociale. In un sistema territoriale locale così integrato, possono svilupparsi settori di attività che aprano la strada alla cura, alla manutenzione e all’accrescimento del patrimonio territoriale e ambientale sentito come proprio per un nuovo senso di appartenenza. Si creano così nuove socialità, nuova democrazia, nuovo municipalismo, attraverso le pratiche quotidiane e la produzione di valori territoriali condivisi. Intervenendo sul che cosa, sul dove, sul quanto e sul come produrre, per la trasformazione del patrimonio territoriale in forme durevoli secondo metodi e prospettive già delineate dalla conversione ecologica dei sistemi produttivi.

bl1

Si tratta di dare respiro e sostanza alle numerose componenti sociali, politiche ed economiche fra loro molto differenti ma con numerosi tratti in comune, a partire dalla critica, dal rifiuto e dal conflitto verso gli interessi costituiti e il modello di società dominante, dai tentativi di riappropriazione diretta di saperi produttivi verso la costruzione di nuovi simboli e immaginari, pratiche di vita e di consumo alternative, muovendosi, quindi, dalla ri-territorializzazione e dall’auto-riconoscimento. Fondamentali le pratiche e le forme di democrazia partecipativa e i suoi istituti di co-decisione inclusiva: in un territorio abitato da molte culture, da cittadinanze plurali, l’auto-riconoscimento dei soggetti che si relazionano e si associano per la cura dei luoghi è l’atto costituente di elementi di comunità. La comunità è una possibilità, non un dato storico riservato agli autoctoni o ai portatori di grandi interessi tradizionali, ma un progetto delle genti vive, degli abitanti di un luogo, che deriva dalle interazioni solidali fra attori diversi in una società complessa, in grado di reinterpretare l’anima del luogo per attivare nuove forme di produzione e consumo fondate sulla convivialità, la solidarietà e l’autosostenibilità.

La coscienza del luogo passa necessariamente dalle vertenze territoriali e dalle mobilitazioni specifiche su singoli problemi che favoriscano e accompagnino cambiamenti culturali profondi da cui rinascono solidarietà comunitaria, senso di appartenenza ai luoghi di vita e reinterpretazioni dei loro potenziali valori da difendere e da curare attraverso la crescita di cittadinanza attiva. Non si tratta di una semplice difesa di luoghi storici, di identità passate, ma di costruzione di comunità che crescono anche attraverso l’esercizio del conflitto e si ritrovano a costruire un patto territoriale di cura, sviluppando le proprie identità e i propri saperi nel progetto comune, in forme dinamiche, aperte e solidali.
La cura e la ricostruzione dei luoghi per la messa in valore dei beni patrimoniali in forme durevoli e sostenibili richiedono dunque cittadinanza attiva, consapevole, in grado di saper coniugare saperi contestuali con saperi esperti attraverso le pratiche quotidiane, contaminazioni e forme di democrazia partecipativa. In questa visione la coscienza di luogo può divenire operante solo se cambiano le condizioni di decisione (riforma dello Statuto Comunale e nuovi istituti e processi partecipativi, decentramento etc). Una democrazia partecipativa come pratica ordinaria di governo in tutti i settori e a tutti i livelli dell’amministrazione locale vista non solo come strumento per la rivitalizzazione della vita democratica a fronte della crisi della democrazia rappresentativa ma anche come strumento di liberazione della vita quotidiana individuale e collettiva dalle sovradeterminazioni e coazioni del mercato, verso l’autodeterminazione degli stili di produzione, di scambio, di consumo. La posta in gioco della partecipazione è quella di rimettere il benessere e la felicità pubblica al centro delle politiche istituzionali locali.

È necessario sovvertire l’infelicità. Una delle strade possibili si concretizza nell’arginare la spirale di depressione e di impotenza che caratterizza il declino delle città (inserito certo nello spirito del tempo della globalizzazione dominata dalle transnazionali e dalla finanza) mettendo in atto e sviluppando progetti e soluzioni in grado di connettere la crescita di coscienza di luogo con le condizioni di felicità umana, individuale e collettiva. La nostra felicità dipende sì dalle merci che possiamo acquistare col reddito, ma anche e sempre più dai nostri rapporti con le persone che ci circondano, dalle nostre possibilità di svolgere il nostro genio, dall’ambiente sociale quindi.
Serve organizzare gli spazi di relazione e di prossimità (piazze, strade, parchi etc), realizzare l’urbanistica dell’organizzazione territoriale che massimizzi i diritti alla qualità urbana e ambientale, alle relazioni sociali, allo spazio pubblico. Ecco il concetto di progresso sociale calibrato per la nostra città: equità spaziale, accessibilità ai servizi, relazioni di prossimità, inclusione sociale, gestione collettiva dei beni comuni territoriali – amministrazione condivisa.

bl2

Una crescita della società locale e delle sua capacità di autogoverno in grado di produrre benessere individuale e collettivo. Un succo dei luoghi come insieme di beni patrimoniali che, se messi in valore in forme sostenibili, può produrre nuove forme di ricchezza durevole. Ammesso che questi beni passino attraverso meccanismi autoregolativi: riconoscimenti comuni degli abitanti-produttori e costruzione di patti costituzionali locali (statuti) entro i quali ogni attore (economico, culturale etc.) dovrebbe autoregolare le proprie azioni in modo da non danneggiare o distruggere i beni da cui egli stesso trae ricchezza. Un autogoverno locale dei beni comuni, superando in parte la dicotomia fra uso pubblico e uso privato del territorio e del governo dei suoi beni patrimoniali, reintroducendo il concetto terzo di uso comune di molti di questi beni (acqua, energia, salute, informazione, alimentazione, costa marina, colline e paesaggi, spazi pubblici urbani etc.). I municipi sono i primi spazi dove restituire il valore statutario di bene comune, dotato di autonomia rispetto ai beni privati e pubblici, dove praticare e coltivare forme di gestione collettiva e comunitaria che consentano di riprendere il significato e i principi degli usi civici.

L’attività di pianificazione territoriale si fonderà quindi sulla individuazione e messa a fuoco della composizione media dei caratteri della popolazione e sull’analisi dello stato del territorio nelle sua infrastrutture naturali e storiche. Si tratta insomma di calibrare le scelte e gli indirizzi politici ed economici anche sul carattere individuale statisticamente rappresentativo del territorio.
Il futuro delle città passa da queste sfide e dalla capacità di una classe politica in grado di sovvertire depressione e infelicità osando ripartire dalla coscienza di comunità.

Stefano Romboli (Buongiorno Livorno)