La periferia non è il centro né la campagna, ma si trova certamente in questi due luoghi

Le periferie hanno molti volti: degrado edilizio, economico, sociale, carenza di servizi, di stratificazioni culturali, simboliche, di funzioni, lontane dai centri nevralgici di elaborazione delle informazioni e dell’organizzazione del lavoro, oltre che dalle strutture del welfare urbano e del tempo libero. Periferie povere di capitale sociale.
Tutte le componenti territoriali dovrebbero esser coinvolte nelle dinamiche urbane secondo relazioni di interdipendenza e di complementarietà, non di gerarchia. Sono necessarie così abili strategie di governance urbana e territoriale, che comportano capacità di ascolto del territorio, ben più di quanto possano garantire gli strumenti della partecipazione tradizionalmente concepiti dalla legislazione urbanistica, e un’azione di accompagnamento dell’interazione tra i diversi attori socioeconomici, finalizzata a costruire un campo di relazioni urbane e meccanismi di apprendimento collettivo, decisivi per la creazione di capitale sociale. Ne risulta un’azione costruita con la comunità sociale, coerente con la prospettiva di sviluppo elaborata insieme attraverso i canali di integrazione.

É quindi un’operazione politicamente rilevante, che va a modificare la percezione che del territorio ha chi lo abita. Proprio in questa percezione il territorio vive e si esprime, infatti la creatività umana si nutre dell’incontro tra persona e luogo: un rapporto dinamico e di mutuo condizionamento.
Spesso il concetto di periferia è spiegato con il paradigma della marginalità, spiegazione economico-sociali.
In particolare periferia è certamente lontananza fisica dal centro, quindi il concetto lo si coglie su un piano spaziale, ma è dato empirico che lontananza non equivale di per sé a scarsa qualità della vita.
Anche la periferia può essere centro, se per centro intendiamo il luogo in cui si concentrano e si controllano i dati e le informazioni, si articolano le funzioni, si svolgono le attività, si elaborano le decisioni, si distribuiscono le risorse, si diffondono valori, stili di vita, modelli di comportamento.
Il paradigma della marginalità, consente, dunque, di meglio afferrare il concetto di periferia: non ne esclude la dimensione spaziale o geografica, ma impedisce che essa sottragga aree territoriali centrali, e tuttavia marginali, all’intervento pubblico.

Attorno alle comunità stanziate sul territorio urbano ruota il sentire comune, che è percezione della città come bene condiviso.
É innegabile, tuttavia, che gli abitanti delle città, soprattutto di quelle grandi
vivono la dimensione urbana attraverso la scala ridotta del quartiere, perché è nel quartiere che la persona è concretamente situata.
Il quartiere è la cornice all’interno della quale possono sperimentarsi nel modo più adeguato scelte organizzative capaci di dare risposte efficaci alle domande provenienti dal territorio; è lo spazio pubblico nel quale è possibile costruire strutture e forme di dialogo sociale; è la dimensione nella quale l’idea della sostenibilità, variamente studiata, può essere concretamente calata, sperimentata, misurata e verificata.
Il capitale sociale produce relazione, scambio, condivisione, coesione. É possibile così ricomporre la frattura tra individuo e collettività che caratterizza in larga parte la società contemporanea.

Ebbene, costruire il capitale sociale di una città significa darle individualità, condizione necessaria per rappresentarla e proiettarla all’esterno con la sua specificità.
E’ il capitale sociale che fa del territorio urbano componente essenziale dei processi di innovazione e di cambiamento.
Se nella città è il problema, nella città è anche la soluzione.
É sul terreno urbano che vanno tradotte e concretizzate politiche pubbliche che, intorno all’urbanistica, coniughino tra loro fabbisogno abitativo, tutela ambientale e paesaggistica, cura del territorio, riqualificazione e valorizzazione del costruito, riuso e rigenerazione urbana, sviluppo economico e inclusione sociale.
Occorre mettere mano su quella macchia di indistinto, su quell’insieme anonimo per vivicizzarlo infondendovi socialità, cultura, civismo, produzione: in una parola, capitale sociale, da distribuire su tutto il territorio. Vanno aperte strade che portino a città attrattive di conoscenza, di innovazione, di investimenti, città cioè in cui la qualità urbana diventi vettore di sviluppo, faccia competitivo il territorio per la sua specificità; e vanno, di contro, arginati, attraverso adeguate politiche fiscali, i percorsi in cui le trasformazioni del territorio incrociano la finanza speculativa per innalzare città di carta.
É necessaria una strategia unitaria, che, portando ad una visione di insieme, riesca ad inquadrare dall’alto i cento campanili d’Italia.

Brindisi Bene Comune

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