Nelle città è il corpo del conflitto

L’attuale fase del processo di globalizzazione capitalistico vede, tra l’altro, il progressivo svuotamento – di senso e di ruolo – degli stati nazionali, ed al tempo stesso l’emergere della città come snodo fondamentale della nuova dimensione planetaria.
In un processo che per certi versi ricorda quello rinascimentale, in cui l’esplosione della borghesia mercantile e la nascita delle banche coincide con l’emergere delle città-stato, nel mondo totalmente capitalistizzato e sovranazionale le città diventano poli attrattori multipiano (di capitali, di forza lavoro, di intelligenze, di capacità innovative…), spesso in concorrenza tra di loro.
Il modello della smart-city si afferma come prototipo della città ideale nell’immaginario sociale e culturale del capitalismo 2.0.

Al tempo stesso, la città diviene punto di caduta della crisi in cui attualmente si dibatte il sistema capitalistico. É su di essa che si scaricano tutte le contraddizioni insite in un processo che vede in atto spinte diverse ed opposte (svuotamento e superamento dello stato-nazione, da un lato, tendenza ad un meta-governo globale ed all’opposto rinascita della centralità delle città, dall’altro), e che allo stato appaiono ancora irrisolte.
Una contraddizione in cui sembra insinuarsi il sovranismo populista, che ripropone il modello dello stato nazionale come risposta alla crisi, ma che non è null’altro se non una cartina di tornasole, un evidenziatore della crisi, ma senza alcuna possibilità reale di esserne una soluzione, proprio in quanto mera riproposizione di una articolazione del potere oggi del tutto priva delle basi strutturali (economiche e sociali) su cui si fondava.

Se dunque il processo up-down di ristrutturazione capitalistica investe la città – e sulla città – e contemporaneamente scarica su questo terminale gli effetti più palpabili della sua crisi, la città è oggi anche il terreno di coltura di un processo bottom-up, di riappropriazione della sovranità sulle proprie condizioni di vita, da parte dei cittadini. Esattamente come la fabbrica stava alla società industriale del fordismo, la città sta oggi alla società post-industriale: essa non è semplicemente il luogo del conflitto tra modelli diversi di sviluppo, ma è il corpo vivo in cui il conflitto si produce.
All’interno di questo corpo, maturano le linee di frattura tra il modello capitalistico della smart-city e quello della human city, la città a dimensione umana, che rivendica il primato della vita sull’economia.

Ecco dunque che il diritto all’abitare, allo spazio pubblico, ai beni comuni, entra in conflitto con la pulsione privatrizzatrice, la gentrification e la turistificazione delle città.
Ecco che il diritto alla concreta possibilità di una vita libera da sfruttamento e costrizioni, entra in conflitto con il modello novecentesco lavoro/reddito, e la sua ulteriore compressione verso il basso.
Ecco che il modello sociale ed urbanistico centro/periferia entra in conflitto con l’esigenza di città orizzontali, policentriche.
Ecco che la forma-governo fondata sulla delega, per di più fortemente limitata da un carico di regole sovradeterminate, entra in conflitto con la spinta a riappropriarsi della possibilità di decidere sulle proprie condizioni di vita.
Il neo-municipalismo è la forma in cui questo conflitto assume consapevolezza politica, e si fa processo attivo di trasformazione dello stato di cose presente.

Enrico Tomaselli (Massa Critica – Napoli)

Una risposta a “Nelle città è il corpo del conflitto”

  1. L’analisi è decisamente corretta, mi permetto solo di dire che forse dovremmo appropriarci (o espropriare, che suona anche meglio) del termine “smart”: intelligente, funzionale… per gli esseri umani e non per il profitto (di pochi).
    Invero gli inglesismi per tradizione sono soliti appartenere ai pensatori liberali, ma non deve essere per forza così 😉
    La città è di tutti/e e non di pochi, pertanto non può che essere “intelligente” se è pensata per le persone, tutte!

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