Workshop ‘Beni Comuni’

Problematiche e contesto generale
Abbiamo impostato la discussione partendo dal confronto sulla possibilità di definire la natura giuridica del bene comune, al fine di comprendere se tale definizione possa aiutare una rete di città come la nostra ad impostare una lotta più coordinata e condivisa. È emersa una difficoltà nel trovare un piano teorico comune, partendo alcuni da una visione collegata al diritto naturale, altri disconoscendola. Quello su cui siamo arrivati a concordare è la evidente impossibilità di ingabbiare il concetto di bene comune in limiti giuridici prestabiliti, concordando sul fatto che la difficoltà di farlo non significa che ragionarne sia inutile, ma che spingere verso un’eccessiva giuridicizzazione del concetto possa portare a storture, limiti e depotenziamento del concetto in termini politici. Siamo stati concordi che l’operazione di Mattei e Lucarelli in questi termini possa essere rischiosa e possa da una parte rilanciare a livello di discussione politica il tema, ma rischi di fissarne la definizione a un momento storico ormai superato.

Criticità di intervento
Le criticità legate all’ambito delle pratiche sono collegate a due aspetti: la consapevolezza della collettività delle possibilità di azione con la conseguente capacità di riappropriarsi degli spazi e di agire politicamente attraversandoli, e da parte delle istituzioni il sapersi aprire, mettersi in gioco, collegarsi e includere le esperienze che dal basso propongono non sempre in modo coerente un certo tipo di progettualità. Il tema delle pratiche territoriali emerge più facilmente in relazione ai beni comuni urbani materiali, quali gli spazi pubblici o gli immobili. Si registrano difficoltà ad esercitare pratiche che siano in relazione con beni comuni quali l’energia, l’acqua, la sanità, il trasporto, i servizi pubblici in generale.

Buone pratiche e proposte
L’esperienza politica del Comune di Napoli esemplifica quanto emerso nella discussione: in questo caso l’amministrazione ha riconosciuto un ruolo alla collettività, intesa quale soggetto che attraversa spazio e tempo sul proprio territorio, anonimo, inappropriabile, millenario. Lo ha fatto restituendo alla collettività l’esercizio dei diritti essenziali, sia liberando gli spazi, sia ripubblicizzando il servizio idrico con la costituzione della società ABC. Importante l’esperienza del terzo Municipio di Roma, dove l’assessore Raimo ha deciso di mettere in comune il proprio assessorato per la creazione autogestita del programma culturale, che a questo punto diventa il programma della collettività. Stessa esperienza di condivisione dell’assessorato è stata testimoniata nel territorio di Messina. A Reggio Calabria è da sottolineare l’interessante battaglia sul teatro privato, che era stato chiuso e diventato un negozio di abbigliamento. Percepito come bene comune pur essendo di proprietà privata.

Emerge prepotentemente il fatto che sia la pratica la chiave di lettura del concetto di bene comune: solo con le pratiche il bene comune emerge. La rete Fearless cities viene vista come uno spazio di confronto e studio, ma si indica la necessità di utilizzarla per un confronto più strutturato che aiuti i territori a introdurre le buone pratiche e gli
strumenti amministrativi. Si sottolinea l’utilità di individuare in modo specifico beni comuni su cui costruire lotte, sia nelle istituzioni che di movimento, coordinate nella rete fearless cities.
I beni comuni evidenziati maggiormente nella discussione sono stati l’energia, l’acqua, l’agire politico e gli spazi urbani.

Obiettivi Politici
È necessario uscire dal concetto di titolarità del bene, sottrarre un bene collettivo dalla renditaeconomica e metterlo a servizio della collettività.
Sottrarre il bene comune dalla sfera proprietaria è il modo di attribuire al bene il valore massimo: non si tratta di valore economico ma è una estensione del valore nel tempo e nello spazio, la nostra realtà aumentata.

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